“A Genova avevo le operaie in pensione che venivano a sentire le conferenze”. E in quelle conferenze si parlava di scienza. Lo racconta con una punta di soddisfazione ai microfoni de Il Bo Live, con l’orgoglio di chi è riuscito ad avvicinare al mondo della scienza un pubblico apparentemente lontano. E a rispondere, in questo modo, alla crescente richiesta di compartecipazione al dibattito pubblico sulla scienza da parte della società.

Manuela Arata, nota per aver fondato il Festival della Scienza di Genova con l’editore e imprenditore culturale Vittorio Bo, ha alle spalle significative esperienze manageriali in importanti istituzioni scientifiche. È stata direttore generale dell’Istituto nazionale per la fisica della materia e responsabile dell’ufficio di trasferimento tecnologia al Consiglio nazionale per le ricerche, oltre che essere stata componente del Research, Innovation and Science Policy Experts – High Level Group e aver svolto vari incarichi come esperta indipendente per la Commissione europea.

Vivendo nel mondo scientifico da manager e non da ricercatrice – sottolinea – mi rendevo conto che esisteva un potenziale enorme da offrire alla società. Ciò che ho fatto è stato favorire questo dialogo e l’idea ha funzionato”. Tutto iniziò con Imparagiocando, una mostra che permetteva di “giocare” con la fisica e che nel 1996 registrò 17.000 visitatori in una decina di giorni. Seguì Matefitness, un progetto ideato da Arata, Giovanni Filocamo e Giuseppe Rosolini partito a Genova e promosso dal Consiglio nazionale delle ricerche per promuovere una nuova cultura della matematica attraverso il gioco e l’approccio interdisciplinare. L’iniziativa proseguì con BeachMath che portava la matemativa in spiaggia. “L’incontro ‘fisico’ tra gli scienziati e il pubblico – osserva la manager che in questi giorni è intervenuta al DigitalMeet in corso a Padova – ha creato uno straordinario amore in due direzioni: i ricercatori scoprivano che la gente era curiosa e le persone realizzavano che il ricercatore non era un uomo in camice freddo e razionale, come voleva l’immaginario comune”.

Manuela Arata, fondatrice del Festival della Scienza di Genova, parla della relazione che esiste tra ricerca, società e politica, sottolineando la funzione della comunicazione scientifica in questo contesto. Riprese e montaggio di Elisa Speronello

Nell’ottica di Arata la divulgazione della scienza deve essere considerata parte integrante del lavoro di ricerca, da un lato per il dovere democratico di restituire alla società le conoscenze acquisite, dall’altro perché solo spiegando i risultati del proprio lavoro si può sperare di ottenere finanziamenti. “Inizialmente – continua – ritenevo che la divulgazione scientifica dovesse essere condotta esclusivamente dai ricercatori, perché erano in grado di rispondere alle domande del pubblico in prima persona. Ma mi sbagliavo. Nella diffusione delle conoscenze hanno un ruolo importante anche i divulgatori”.

Parlare di scienza e conoscenza, significa parlare anche di innovazione. Il nostro Paese è caratterizzato dalla presenza di piccole e medie imprese sparse sul territorio, non esistono grandi sistemi industriali come in Germania. Per questo, secondo Manuela Arata, non si può pensare di mandare il ricercatore a vendere i risultati delle sue ricerche, sarebbe ingenuo e molto costoso. È necessario piuttosto “attrarre” le industrie e iniziative come i festival scientifici possono essere luoghi in cui accoglierle e catturarle verso la ricerca e l’innovazione.

“Tenuto conto di chi sono i nostri interlocutori, credo sia opportuno togliere alla scienza quell’aura di ‘oggetto d’élite’ che per troppo tempo l’ha caratterizzata, senza tuttavia banalizzarla”. È necessario parlare mettendo a proprio agio le persone e, magari, spiegare la fisica, la chimica, la matematica partendo dal loro vissuto quotidiano, da argomenti a cui il pubblico è sensibile.

Tutte queste iniziative, dai festival scientifici, alle mostre, alle conferenze rivolte alla cittadinanza rispondono come si è detto a una sempre maggiore richiesta di compartecipazione al dibattito pubblico sulla scienza da parte della società, a una domanda di nuovi diritti di cittadinanza scientifica. Argomenti, questi, di cui si è parlato all’università di Padova durante l’incontro dal titolo La democrazia della conoscenza nell’ambito del DigitalMeet. La conoscenza è il primo motore dell’innovazione e dunque il motore dell’economia mondiale. Si genera in questo modo un’economia della conoscenza che tuttavia non è democratica nella misura in cui non è distribuita equamente e non porta benefici a tutti. È qui che si innesta la convinzione che la comunicazione della scienza possa ricoprire un ruolo fondamentale proprio per rendere la cultura non solo accessibile, ma utilizzabile da tutti.

  | ∞ |

Pin It on Pinterest

Share This